Tre ingredienti e nessun pomodoro: guanciale, pecorino romano e pepe. La gricia è l'anello di congiunzione della cucina romana — aggiungi il pomodoro e diventa amatriciana, cambia il guanciale con l'uovo e sei a un passo dalla carbonara. Qui la ricetta com'è, senza scorciatoie.
Pubblicato il 13 agosto 2026 · dalla cucina di deRione · ★★★★★ 4,6/5 su Google
Lo schema della cucina romana sta su un tovagliolo: parti dalla cacio e pepe (pecorino e pepe), aggiungi il guanciale e hai la gricia. Alla gricia aggiungi il pomodoro e nasce l'amatriciana; togli il pomodoro e metti l'uovo, e sei nella carbonara. Quattro piatti, una sola famiglia — e la gricia in mezzo, che le tiene insieme tutte.
Sulle origini circolano due storie: quella dei pastori di Grisciano, frazione di Accumoli sull'Appennino tra Lazio e Marche, che con guanciale e pecorino della transumanza condivano la pasta da campo; e quella dei gricî, come a Roma venivano chiamati i venditori di pane e alimentari. Documenti definitivi non ce ne sono — di certo c'è che la gricia è più vecchia dell'amatriciana, perché il pomodoro in cucina arriva dopo.
· 400 g di rigatoni o mezze maniche
· 200 g di guanciale stagionato
· 100 g di pecorino romano DOP
· pepe nero macinato al momento
· acqua di cottura, sempre lei
1. Guanciale a listarelle in padella fredda, senza olio: il grasso lo fa lui.
2. Pasta scolata molto al dente, acqua tenuta da parte.
3. Risottatura: la pasta finisce di cuocere nella padella del guanciale, un mestolino d'acqua alla volta.
4. Fuoco spento, qualche secondo di pausa, poi pecorino e pepe mantecando.
5. Nel piatto subito, con altro pecorino sopra.
Il guanciale è già la sua padella: parte a freddo e si cuoce nel suo grasso. L'olio aggiunge solo pesantezza.
Quel grasso fuso è il condimento: si tiene tutto, ed è quello che lega il pecorino in crema. Scolarlo è come buttare il sugo.
Vale per tutta la famiglia: la pancetta è un altro salume, più magro e più piatto. La gricia senza guanciale è una pasta al formaggio.
Stessa fisica della cacio e pepe: sopra i 65-70 gradi il pecorino coagula e fa i grumi. Si manteca a fuoco spento, sempre.
Non c'è. Se la metti hai fatto un'altra pasta — magari buona, ma non è una gricia.
Guanciale e pecorino salano già per tre: l'acqua della pasta va tenuta indietro, o il piatto diventa una salina.
Un consiglio da banco: il guanciale giusto lo riconosci prima di pagarlo. Cerca la mandorla di magro circondata dal grasso compatto e bianco — mai giallastro — la crosta di pepe o spezie, e una stagionatura di almeno tre mesi scritta in etichetta. Se il banconista lo affetta sottile come un prosciutto, fermalo: per la gricia servono listarelle spesse, e conviene comprarlo in trancio.
Nelle sale deRione la gricia gira dentro le calate a volontà insieme alle sue sorelle: suona la campana, arriva il giro, e la mantecatura è un problema della cucina, non tuo. Da €19,90 con acqua e coperto inclusi — il menù è qui, le sedi di Roma sono Talenti, Appia e Ostia.
Il pomodoro: la gricia è guanciale, pecorino e pepe; l'amatriciana aggiunge il pomodoro (e per il disciplinare di Amatrice un goccio di vino bianco). Per questo la gricia viene detta «amatriciana bianca».
La carbonara aggiunge l'uovo e toglie nulla: la base guanciale-pecorino-pepe è la stessa. La gricia è il piatto di partenza di tutta la famiglia.
Rigatoni e mezze maniche sono i classici: la crema di pecorino e grasso si infila nei tubi. Bene anche spaghetti e tonnarelli.
Si trovano entrambe: «griscia» rimanda a Grisciano, la frazione di Accumoli da cui una delle ipotesi fa nascere il piatto. A Roma sui menù leggi quasi sempre «gricia».
Se vuoi una gricia, no: pancetta o speck danno un piatto diverso. Il guanciale ha il grasso nobile che fa da condimento e la stagionatura che dà il carattere.
La gricia pretende un guanciale serio: nelle calate gira insieme a carbonara, amatriciana e cacio e pepe, da €19,90 con acqua e coperto inclusi.