Quattro quarti per i signori, e per il popolo tutto il resto: frattaglie, code, guance. Il «quinto quarto» è il capitolo più romano della cucina romana — nato al Mattatoio di Testaccio e diventato, un secolo dopo, la cucina che tutti vogliono raccontare.
Pubblicato il 14 agosto 2026 · dalla cucina di deRione · ★★★★★ 4,6/5 su Google
La storia comincia al Mattatoio di Testaccio, il grande macello moderno che Roma inaugura alla fine dell'Ottocento. La bestia si divideva in quattro quarti destinati ai banchi; quello che restava — interiora, coda, guance, zampe — era il «quinto quarto», e finiva spesso nelle mani dei lavoranti come integrazione della paga. I vaccinari, gli scortichini e le loro famiglie impararono a trasformare quegli scarti in piatti che i quattro quarti se li sognano: cotture lunghe, sughi profondi, erbe che ingentiliscono.
Intorno al Mattatoio fiorirono le osterie che di quella cucina fecero un repertorio — e Testaccio resta ancora oggi il rione dove il quinto quarto si parla con l'accento più autentico.
La regina: coda di bovino brasata per ore in umido di pomodoro e sedano, fino a quando la carne saluta l'osso. Il nome viene proprio dai vaccinari del Mattatoio.
Il piatto del sabato: sugo, mentuccia e pecorino senza timidezze. La ricetta completa è nel nostro ricettario, calendario compreso.
L'intestino del vitello da latte, cotto col suo contenuto che diventa crema: il piatto che divide i turisti e unisce i romani. Da provare almeno una volta, da rispettare sempre.
La coratella coi carciofi è il piatto di Pasqua della tradizione; le animelle sono la voce «fine dining» del quinto quarto, tornate di moda sui menù d'autore.
Il quinto quarto è il più bel paradosso della cucina italiana: nato per necessità, sopravvissuto per gusto, riscoperto per filosofia. Oggi lo trovi nelle trattorie storiche che non l'hanno mai abbandonato e nei ristoranti stellati che lo reinterpretano; la parola d'ordine contemporanea — nose to tail, della bestia non si butta niente — i vaccinari di Testaccio la praticavano un secolo prima che diventasse un manifesto. La lezione vale per tutta la cucina romana: la grandezza nasce dal limite, non dall'abbondanza.
Vale anche per la settimana della tavola: il quinto quarto aveva il suo giorno fisso — il sabato della trippa — dentro quel calendario popolare che abbiamo raccontato in perché giovedì gnocchi. Niente era casuale: né il piatto, né il giorno, né il prezzo.
Per il battesimo del quinto quarto la via maestra sono le osterie di Testaccio e le trattorie storiche che tengono coda e trippa in menù fisso. Il consiglio da amici: si comincia dalla coda alla vaccinara — la più accogliente — si prosegue con la trippa, e la pajata si affronta quando il palato ha fatto il callo. Alla tavola del Rione, intanto, la tradizione gira nel formato che ci è più caro: le calate di pasta — carbonara e sorelle a volontà — con i secondi del giorno sul menù della sede. Due strade, una sola idea: la cucina romana non si spreca.
Tutto ciò che restava della bestia dopo i quattro quarti nobili: interiora, coda, guance, zampe. Al Mattatoio di Testaccio integrava la paga dei lavoranti, che ne fecero una cucina.
Coda alla vaccinara, trippa alla romana, rigatoni con la pajata, coratella coi carciofi, animelle. Cotture lunghe e sughi profondi sono il denominatore comune.
L'intestino del vitello da latte cucinato col suo contenuto, che in cottura diventa una crema naturale: condisce i rigatoni nel piatto più identitario — e discusso — del repertorio.
Per gusto e per filosofia antispreco: il «nose to tail» contemporaneo è l'idea che a Testaccio si praticava per necessità già dall'Ottocento. I grandi chef l'hanno riportato sui menù.
Dalla coda alla vaccinara, il piatto più morbido e accogliente; poi la trippa alla romana. La pajata è il livello avanzato: arrivarci con calma è parte del percorso.
La storia si studia nei libri e si ripassa a tavola: le calate di pasta romana girano tutte le sere, da €19,90 con acqua e coperto inclusi.