Prima dei quartieri, prima dei municipi, Roma si contava in rioni: ventidue pezzi di città storica con nomi, stemmi e caratteri propri. Capire i rioni è capire come ragiona Roma — e già che ci siamo, è anche la storia del nostro nome.
Pubblicato il 14 agosto 2026 · dalla cucina di deRione · ★★★★★ 4,6/5 su Google
I rioni sono le suddivisioni storiche del centro di Roma: oggi sono ventidue, ciascuno con nome, stemma e confini ufficiali. La parola viene dal latino regiones — le quattordici regioni in cui Augusto divise la città imperiale — passata per il volgare medievale che la limò in «rioni». Dentro le mura, Roma per secoli si è orientata così: non con gli indirizzi, ma con le appartenenze.
L'elenco fa venire voglia di camminare: Monti, Trevi, Colonna, Campo Marzio, Ponte, Parione, Regola, Sant'Eustachio, Pigna, Campitelli, Sant'Angelo, Ripa, Trastevere, Borgo, Esquilino, Ludovisi, Sallustiano, Castro Pretorio, Celio, Testaccio, San Saba e Prati — l'ultimo nato, aggiunto nel 1921, a chiudere il conto a ventidue.
Il punto dei rioni non è amministrativo: è identitario. Monti ha l'anima artigiana diventata bohème; Trastevere la voce alta e la tavola apparecchiata in strada; Testaccio — il rione del Mattatoio — è la capitale gastronomica popolare dove è nato il quinto quarto; il Ghetto, dentro Sant'Angelo, custodisce la cucina ebraico-romanesca dei carciofi alla giudia. Ogni rione aveva le sue feste, i suoi mestieri, le sue osterie: il senso di appartenenza prima di tutto.
Fuori dalle mura, la Roma moderna è cresciuta in quartieri — Talenti, l'Appio, il Trieste-Salario — ma il modello mentale è rimasto quello: il pezzo di città dove tutti si conoscono, il bar di fiducia, la trattoria «di zona». Roma è una capitale fatta di paesi.
Riconoscerli è un gioco da passeggiata: agli angoli delle strade del centro cerca le targhe coi numeri romani e gli stemmi — la mezzaluna di Monti, le tre spade di Trevi, la colonna di Colonna. Sono lo stradario segreto della città vecchia, incastonato nel travertino da secoli: una caccia al tesoro gratuita che trasforma qualunque passeggiata in centro, e una volta che inizi a notarli non riesci più a smettere di cercarli.
Quando abbiamo scelto il nome, cercavamo una parola che dicesse cucina di appartenenza: non «romana» in astratto, ma romana come la intende chi il rione ce l'ha nel modo di sedersi a tavola. deRione è quello: la trattoria di zona ripensata come formato — le calate che girano come i piatti della domenica, la campana che chiama il tavolo come si chiamava il cortile, il conto semplice come tra vicini. Le nostre case stanno nei quartieri, non nel centro delle cartoline: è una scelta, ed è il nome che la spiega.
Il resto della filosofia sta nei fatti: prezzi scritti (quanto costa, nero su bianco), piatti del canone (le quattro paste servite a volontà) e un magazine — questo — che della cultura di rione prova a essere la voce scritta.
Ventidue: da Monti (il rione numero uno) a Prati, l'ultimo istituito nel 1921. Coprono il centro storico; fuori dalle mura la città moderna è organizzata in quartieri.
Il rione è la suddivisione storica del centro, con stemma e confini ufficiali; il quartiere è la Roma cresciuta fuori dalle mura. Nel parlato, però, «di zona» funziona uguale ovunque.
Dal latino regiones: le quattordici regioni in cui Augusto divise Roma imperiale. Il volgare medievale l'ha trasformata in «rioni», e il nome non se n'è più andato.
Testaccio, il rione del Mattatoio: lì è nato il quinto quarto e lì la cucina popolare romana ha la sua capitale. Menzione d'onore per il Ghetto e la cucina ebraico-romanesca.
Perché il progetto è la trattoria di zona ripensata come formato: cucina romana di appartenenza, formula chiara, case nei quartieri veri. Il rione non è il posto: è il modo.
Per numerazione il primo è Monti, il rione I, che un tempo inglobava mezzo centro. Ma tutti i rioni storici affondano nelle quattordici regioni augustee: l'anzianità, a Roma, è di famiglia.
Il rione è l'idea che ci ha dato il nome: cucina di appartenenza, servita a giri. Da €19,90, acqua e coperto inclusi.